Ripensare la sordità….seconda tappa del mio viaggio tra i sordi!

L’analisi del diverso da sé è stata da sempre oggetto delle ricerche antropologiche. Chiedersi “chi è l’altro” significa anche rivolgere l’attenzione alla comprensione di noi stessi, della nostra cultura e dell’alterità in essa presente con la quale spesso ci incontriamo e che a volte liquidiamo frettolosamente, rinchiudendoci nella rassicurante appartenenza al gruppo in cui, in quel momento, ci riconosciamo.
« Conoscere l’altro – come sostiene Lombardi Satriani – è il banco di prova dello sguardo antropologico ». Per conoscere se stessi, è necessario incontrare e conoscere l’altro.
Prima di intraprendere questo viaggio non sapevo e non conoscevo quasi nulla dei sordi, o come erroneamente li definivo sordomuti. Vengono anche definiti da “noi”, società dominante e udente, non udenti. Tutto questo, forse, accade per delicatezza, per evitare di offendere. È stato, questo, il primo pregiudizio con il quale mi sono confrontata.

Un confronto dal quale è emersa la consapevolezza che, chiamando una persona sorda, non udente si cade nella trappola di porlo in uno stato di inferiorità e non si riconosce l’altrui dignità. Tale concetto mette in risalto in senso negativo la diversità, gli viene negata l’interezza della loro umanità, perché manca loro qualcosa che noi abbiamo: l’udito. È da qui che ha avuto inizio la mia riflessione, la mia decostruzione di categorie da sempre pensate in senso assoluto: suono, lingua parlata, società e cultura udente. Ho rimesso in discussione molte cose del mio mondo e della mia visione del mondo. Di fondamentale importanza è stato cominciare ad entrare in contatto con i sordi e con la loro lingua, la lingua dei segni. L’impatto con questa lingua altra, la Lingua dei Segni Italiana (LIS), una lingua con una potenzialità espressiva meravigliosa, non è stato facile, come inizialmente tendevo a pensare.


Ero entusiasta di cominciare questo nuovo percorso; e così a settembre del 2004, eccomi pronta ad affrontare la prima lezione, la prima tappa del mio viaggio verso il mondo sordo. Munita di carta e penna entro nell’aula, sicura di dover prendere un bel po’ di appunti; e con mia grande sorpresa vedo che non ci sono banchi, ma solo sedie disposte a semicerchio. Inizia la lezione, una lezione fatta solo ed esclusivamente di segni, e non di parole. Da subito l’insegnante sordo non ebbe grandi difficoltà a rendersi chiaro tramite la LIS e una buona parte di mimica. Con il passare del tempo riuscì a rendersi sempre più comprensibile. La vera difficoltà fu di noi udenti, non abituati ad un tipo di lingua visiva. E solo con il tempo siamo riusciti a «[…]“sciogliere” in nostri corpi, le nostre espressioni, le nostre posture […]».(Zuccalà) Una lingua, la cui importanza, non risiede soltanto nel “gesticolare” delle mani, ma soprattutto in quelli che vengono definiti “aspetti non manuali”, come la postura del corpo, i movimenti degli occhi, del capo, delle spalle e in particolare l’espressione facciale. Elementi, questi, che concorrono alla produzione e comprensione dei Segni. Non sempre è stato facile accompagnare con il viso, le mani che segnavano, assumere le diverse e corrette espressioni a seconda del contesto. Come, d’altronde, non è stato facile “abbandonare” l’italiano e pensare in LIS, rispettando le sue strutture e le sue regole.
E come suggerisce Oliver Sacks, soltanto dopo aver imparato, in minima parte, una lingua dei segni, si può cominciare a vedere i sordi sotto un’ottica diversa e più consapevole:
«[…] cominciai a vederli in una nuova luce, soprattutto quando mi accadeva di osservarne due o tre che conversavano a Segni tra loro, con un’intensità e un’animazione di cui prima non mi era mai accorto. Solo da quel momento presi a considerarli non più come sordi, ma come Sordi, membri di una comunità linguistica differente […]». (Oliver Sacks)

A cura di Cristina Cremona

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